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  • bouhtouchf

-13: ”Non arrenderti. Rischieresti di farlo un'ora prima del miracolo.”

-13

(Proverbio arabo)




La pasticceria dietro la scuola elementare era piena. Ibrahim si mise in fila e, in attesa del suo turno, analizzò con lo sguardo la varietà di dolci che proponevano le vetrine. Un’ape gironzolava intorno a due biscotti al miele, rendendo il loro aspetto meno invitante, ma questo non impedì alla signora di fronte a lui, con indosso una jellaba verde, di comprarli entrambi, decisa ed entusiasta. La commessa glieli imbustò, scacciando l’insetto con un aggressivo movimento della mano. Poi guardò Ibrahim e gli chiese:

-Per te, invece?-

-Una confezione di millefoglie e i pasticcini alla crema, per favore.-

Jamila aveva frequentato il suo stesso liceo, ma aveva abbandonato la scuola al secondo anno, per aiutare i genitori con il lavoro nella pasticceria. Capitava sempre più spesso che qualcuno si ritirasse dai banchi scolastici per cercare un qualsiasi impiego che gli permettesse di portare a casa un po’ di soldi. Purtroppo erano tempi duri anche per chi, come Ibrahim, aveva preso il diploma, perché difficilmente riusciva a realizzarsi in ambito lavorativo. Per questo aveva deciso di andarsene in Italia, seguendo le orme di suo fratello più grande, Alì.

-Come sta tua mamma? E Zakiya?- gli domandò Jamila mentre gli porgeva la busta di plastica.

-Abbastanza bene, alhamdu-li-Lah. Sto giusto andando a trovare Zakiya.-

-Salutamela, è da parecchio tempo che non la vedo.-

-Sarà fatto. Sì, i bambini le danno molto da fare. Tu salutami la famiglia.-

-Riferiró il tuo saluto. Buona giornata, Ibrahim.-

-Altrettanto!-

Uscì destreggiandosi tra la folla. La porta d’ingresso e d’uscita era la stessa e questo creava affollamenti continui. Raggiunse la strada e con l’indice richiamò l’attenzione di un taxi che aveva appena svoltato l’angolo, per poi accostare vicino al marciapiede. Ibrahim aprì la portiera e prima di salire notò la signora con la jellaba verde distribuire i biscotti al miele a due bambini raggianti e felici. Ibrahim si accomodò sul sedile anteriore del veicolo ed un velo di tenerezza gli ricoprì gli occhi, mentre la sua memoria immagazzinava quelle piccole istantanee di vita che gli avrebbero solleticato l’animo molti anni più tardi.


Zakiya abitava in una piccola casa nella zona sud della città. Da lontano si intravedevano i panni stesi alle finestre e l’antenna storta con cui Jalal cercava disperatamente di captare più canali possibili. Sulla facciata a destra del portone principale, una scritta storta recitava in francese: “Il popolo è l’unico eroe”. Ibrahim sentì suo nipote più piccolo, Ayman, chiamare la madre. Suonò il campanello e attese.

-Arrivo!-

Zakiya si illuminò alla vista del fratello e lo abbracciò.

-Ayman, Sara, venite a salutare vostro zio Ibrahim!-

I bambini si gettarono tra le braccia del ragazzo, che li sollevò uno per uno per stampare loro due baci sulle guance. Si sedette su una vecchia sedia in cucina e appoggiò la busta di dolci sul tavolo color mogano che riempiva quasi tutto lo spazio a disposizione.

-Sei arrivato giusto in tempo per il pranzo. Non dovevi disturbarti così. Che Dio ti ricompensi.- gli disse la sorella indicando i pasticcini alla crema su cui si erano fiondati i piccoli. Zakiya fermò i figli prima che potessero addentare quelle prelibatezze, rammentando loro che avrebbero dovuto prima pranzare. Sara si rassegnò velocemente, sfoggiando lo sguardo più vispo di cui fosse capace, e si dedicò ai suoi capelli, tentando di intrecciarli senza molto successo. D’altro canto, Ayman non ne volle proprio sapere di rinunciare alla sua razione. Cominciò a gridare ed a piangere, finché la madre non minacciò di punirlo. Ibrahim si avvicinò al piccolo e lo prese tra le braccia, provando a consolare la smisurata ira che animava il corpicino arrabbiato. Dopo qualche minuto, Ayman si lasciò trascinare dall’umorismo dello zio e smise di piagnucolare.

-Così lo vizierai ancora di più.- gli disse Zakiya, con poca convinzione. Ibrahim capì che per quanto la sorella tentasse di rimproverarlo per le troppe attenzioni nei confronti dei figli, la cosa non poteva che renderla felice.

-Tra poco non mi avrai più tra i piedi e nessuno asseconderà i capricci di questo bel mostriciattolo.-

Lei rise e poi si fece subito seria:

-Hai già avvisato Alì dell’ora del tuo arrivo?-

-Sì, ha detto che mi aspetterà all’aeroporto.-

-Quanto durerà il viaggio?-

-Tre ore circa.-

-Starai da Alì?-

-Inizialmente sì, per forza. Però ho intenzione di cercare un lavoro ed una sistemazione immediatamente. Parto proprio per questo.-

-Ne hai parlato con Naima?-

Una piccola fitta al petto infastidì Ibrahim, che provò a mantenere un tono neutro.

-Sì, ne abbiamo parlato.-

-E..?-

-E niente. Non ha avuto molto da dirmi. Nemmeno io so cosa dirle.-

-Potresti andare in Italia, vedere come vanno le cose e poi tornare qui per portarla con te. Una volta che vi sposate dovrebbe essere più facile, no?-

-Sì, potrei, ma non so cosa sia più giusto per lei. Non ho nessuna certezza, Zakiya. Per ora posso contare solo su Dio e rimboccarmi le maniche. Non me la sento di mettere a rischio il suo futuro.-

Zakiya non era d’accordo, ma capiva le paure del fratello.

-Parlagliene.-

-Ci penserò.-

Il rumore della porta che si apriva interruppe il loro discorso. Jalal si affacciò in cucina e salutò Ibrahim con una vigorosa stretta di mano.

-Assalamu-alaikom, Ibrahim! Come stai?-

-Alaikom-salam, Jalal! Bene, grazie a Dio e tu?-

-Al-hamdu-li-Lah, non c’è male.-

Ayman abbandonò il grembo dello zio, per lanciarsi sulle gambe del padre elemosinando coccole e belle parole. Jalal baciò Zakiya in fronte, osservando l’abilità della moglie nel condire il cuscus egregiamente impiattato.

-Sara, lavati le mani e vieni a mangiare. Papà è arrivato.-

La bambina li raggiunse immediatamente e Jalal notò le treccine storte che testimoniavano l’impegno di sua figlia.

-Guarda, papà, oggi mi sono pettinata da sola.-

Ibrahim osservò la piccola, mentre esponeva le sue prodezze al padre. Aveva gli stessi occhi scuri e profondi di Zakiya, il naso delicato di Jalal e la leggerezza di una farfalla. Era sempre stato convinto di volerle bene come ad una figlia, ma in quell’istante ebbe la certezza assoluta che avrebbe dato la vita per vederla sempre così allegra. Per un momento, lo assalì una strana sensazione di vuoto e di instabilità. Si accorse che se avesse costruito la sua vita oltremare, non avrebbe più potuto assistere alla graduale crescita dei suoi due nipoti. Maledisse il sistema per averlo obbligato a fare un sacrificio di quella misura. Jalal si posizionò sulla sedia di fronte a lui e cominciò a raccontargli di un cliente che, in officina, lo aveva fatto dannare. Ibrahim lo ascoltò con piacere e decise che, in quell’ultima settimana, avrebbe collezionato più dettagli possibili, per non scordarsi mai del volto delle persone che amava, nonostante lo scorrere del tempo e l’aumentare della distanza.

Mangiarono con gusto il cuscus e poi Zakiya preparò del tè da accompagnare con i dolci. Ayman e Sara si fiondarono sui pasticcini, felici di poter finalmente sedurre le proprie papille gustative. Risero e chiacchierarono com’erano soliti fare, poi Zakiya lavò i piatti e si allontanò con in braccio Ayman mezzo addormentato.

-Papà, io esco fuori a giocare con Hanan.- disse Sara.

-Va bene. State attente alla strada e non allontanatevi, mi raccomando.-

Sara si sistemò una delle due treccine e raccolse la corda che era appesa ad un chiodo. Si infilò velocemente le scarpe e uscì di casa, lasciando la porta socchiusa alle sue spalle.

-Se vuoi, venerdì ti accompagno in aeroporto. Ti aiuto con i bagagli, da solo farai fatica.-

-Grazie, Jalal. Che Dio ti ricompensi.-

-Figurati. Zakiya è un po’ preoccupata. Ha paura che non trovi lavoro o che tu possa avere dei problemi con Alì.-

-E’ normale che si preoccupi. E’ mia sorella maggiore. Ho intenzione di intrattenermi per poco tempo da Alì. Ha una famiglia e non posso essergli d’intralcio.-

-Tua mamma come sta?-

-Bene. Quando partirò, cercate di andare a trovarla più spesso. E’ malata e non chiede mai aiuto. Però non vorrei che rimanesse da sola.-

-Non preoccuparti. Zakiya ha intenzione di trasferirsi da lei per qualche giorno. Oggi è andata a mangiare da tuo zio Hassan e rimarrà da lui per un paio di giorni.-

-Sì, me l’ha detto. Jalal, e se non dovessi farcela? Se non dovessi essere all’altezza?-

-Certo che ce la farai, in’sha’Allah. Vedrai. Sei giovane e forte. Se ti impegni, riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi. Tornerai in Marocco con la possibilità di poter aiutare tua madre e tua sorella, ne sono convinto.-

-Me lo auguro.-

Jalal gli sorrise fiducioso e Ibrahim pensò che sua sorella fosse una donna fortunata. Proprio in quell’istante, Zakiya comparve in cucina e sottovoce chiese:

-Dov’è Sara? Abbassiamo la voce, perché Ayman si è appena addormentato.-

-E’ uscita a giocare con le sue amiche.- risposero i due uomini all’unisono.

-Bene. Ibrahim, non appena arriverai in Italia, chiamaci. Tienici aggiornati e ricordati di procurarti un telefono il prima possibile.-

-Stai tranquilla. Sarai la prima che chiamerò.- la rassicurò lui, toccato dall’interesse della sorella. Lei assentì e poi si rivolse al marito:

-Lo accompagnerai, Venerdì?-

-Sì, ne abbiamo parlato poco fa.-

-Bene, così preparo qualche cosa da dargli.-

-Ma non so se potrò portare il cibo in aereo!- obiettò Ibrahim.

-Non puoi presentarti da Alì a mani vuote! E poi avrai bisogno di mangiare.-

Jalal gli lanciò uno sguardo pieno di rassegnazione, come a volergli ricordare che opporsi alle decisioni della donna, in quel caso, sarebbe stato inutile.

-Va bene, grazie.-

Zakiya abbozzò un cenno di soddisfazione ed Ibrahim la fotografò con le pupille, per poterne rivedere la bellezza anche quando non sarebbe stato possibile.

-Io ora vado. Devo vedere alcuni amici e chi arriva tardi, paga il caffè a tutti.- disse Ibrahim, con un tono leggermente divertito.

-Allora ti conviene correre!- lo incitò Jalal.

Zakiya si alzò per salutare il fratello ed accompagnarlo alla porta. Una volta fuori, Ibrahim vide Sara saltare la corda con una dedizione che lui non ricordava di aver mai provato. Altre due bambine tenevano ben strette le estremità e contavano ad alta voce il numero di salti che riusciva a concludere la loro amica senza inciampare. Quando si accorse di lui, lo salutò con un energico oscillare delle braccia, ridendo tra un salto e l’altro. Lui ricambiò con un occhiolino e un pollice all’insù, valutando positivamente la sua performance. Il petto della bambina si gonfiò d’orgoglio e questo le permise di saltellare con più forza e tenacia, decisa a dimostrare la sua bravura a chiunque cogliesse quello sprazzo di vita.




Si era alzato un leggero vento caldo, che confondeva la temperatura dell’ambiente. Naima decise di raccogliere i panni precedentemente stesi per evitare che la polvere rossiccia, trascinata dalle correnti d’aria, la obbligasse a rifare il bucato. Poi chiese a sua sorella Leila di piegare i vestiti.

-Lasci sempre a me i compiti più noiosi!-

Naima non le rispose, perché non aveva voglia di discutere e soprattutto perché aveva tutt’altro per la testa. Sapeva che il venerdì Ibrahim era solito vedersi coi suoi amici e decise di incontrarlo prima che lui potesse tornare a casa, per convincerlo a cambiare idea e per dirgli che lei l’avrebbe aspettato indipendentemente da tutto. Non voleva arrendersi facilmente e non sarebbe mai riuscita a convivere con il rimpianto di non aver almeno tentato di salvare la loro storia. Aspettò che le folate di vento diminuissero, prima di prepararsi ad uscire.

-Mamma, esco! Torno tra poco.- disse affacciandosi dalla porta della cucina, dove sua madre era intenta ad impastare il pane.

-Va bene, ma non tardare.-

Non appena varcò la soglia di casa, udì qualcuno chiamarla sussurrando. Si guardò intorno per capire chi fosse, ma non vide nessuno.

-Pss pss!- Naima alzò la testa e notò il viso di Leila proteso fuori dalla finestra.

-Buona fortuna!-

Naima le sorrise di rimando, felice di avere il suo appoggio. Dopodiché si incamminò verso i giardinetti del quartiere, che Ibrahim avrebbe dovuto sorpassare per raggiungere casa. Svoltò l’angolo e si ritrovò di fronte al forno di Mohamed. Vide Hassna spazzare il pavimento, mentre il marito spostava dei sacchi di farina. Li salutò con un leggero movimento del capo e si ricordò di quella volta in cui Ibrahim le offrì il pane, sotto gli occhi accesi dei due coniugi. Quando arrivò ai giardinetti dovette ripulire dalla polvere la panchina di cemento sui cui si accomodò, vicino alla quale due signore si scambiavano chiacchiere sgranocchiando nocciole.

Le nuvole permettevano ai raggi di sole di mostrarsi ad intermittenza, scaldando le guance dei passanti per pochi secondi. Erano nubi pesanti e Naima pensò che probabilmente, quella notte, avrebbe piovuto. Dovette aspettare una mezz’ora buona, prima di intravedere finalmente la sagoma di Ibrahim. Riconobbe immediatamente la sua camminata. Adorava il fatto che si muovesse senza mai appoggiare totalmente i talloni, alternando una punta del piede all’altra. Se lo si studiava per qualche istante, dava l’impressione di danzare a ritmo di una musica che poteva udire solo lui. Naima si era innamorata della maniera con cui Ibrahim esplorava le strade senza mai concedersi del tutto alla terra.

Si alzò dalla panchina, si allisciò le pieghe della gonna e, con le vene piene di ansia e speranza, gli andò in contro. Lui camminava a testa bassa, immerso nei suoi pensieri e non si accorse di lei, finché non se la ritrovò di fronte.

-Ciao, Ibrahim.-

-Naima… Come stai?-

-Bella domanda. Possiamo sederci?- gli chiese con decisione.

Ibrahim non rispose, ma si avvicinò ad un vecchio muretto ridipinto da poco e si posizionò in maniera tale da lasciare posto anche a lei. Rimasero in silenzio per un paio di minuti. Poi Naima ruppe il ghiaccio:

-Tu, invece, come stai?-gli domandò con premura.

-Non saprei spiegarlo. E’ un momento particolare e non so se sto bene o male. Sono eccitato all’idea della partenza, ma anche preoccupato ed un po’ spaventato. Mi dispiace per l’altro giorno.-

-Dispiace anche a me. Non riesco a capire perché tu non me ne abbia parlato prima.-

-Perché non sapevo come dirti che me ne sarei andato via.-

-Avrei capito e ti avrei sostenuto. Non sono egoista al punto da ostacolare i tuoi progetti. Ora, però, che ne sarà di noi?-

Ibrahim guardò quella ragazza con gli occhi color sabbia, come se la stesse osservando per la prima volta. Spesso aveva pensato che fosse bellissima, ma in quel momento scorse in lei anche tanta forza, custodita nell’esile corpo che avrebbe desiderato avere vicino per sempre. La fissò per un’unità di tempo che parve infinita, cercando di non lasciarsi abbattere dal dolore che le leggeva nello sguardo divenuto improvvisamente lucido.

-Non lo so… Io non lo so. Non posso prometterti niente, Naima. Sto andando in un altro paese e solo Dio sa come andranno le cose. Potrei farcela, oppure potrei anche tornare qui con la coda tra le gambe. E non riuscirei mai a reggere l’umiliazione, così come non riuscirei mai a permettermi di influenzare la tua vita in maniera negativa.-

-Io voglio aspettarti, Ibrahim.- gli disse lei con fermezza e glielo ripeté anche, con le parole che le si strozzavano in gola. Una lacrima le rigò il viso liscio e morbido, trafiggendo la corazza di razionalità che lui si era costruito intorno al cuore.

-Non devi aspettarmi. Sei giovane e hai una vita davanti. Non fare in modo che le mie decisioni blocchino il tuo futuro. Io so che diventerai una grandissima donna.-

-Ti prego, ripensaci! Ti prego!- Naima continuava ad insistere, incapace di accettare la situazione. La sua tenacia metteva a dura prova le ragioni di Ibrahim, che non ricordava di averla mai vista così affranta. Si odiò per il male che le stava causando, ma sapeva di non avere altra scelta.

-Sono io che ti prego di non piangere. Per favore, capiscimi. Io ti amo, ma non posso rimanere qui.-

-Io non ti chiedo di rimanere, ma ti chiedo di tornare e portarmi con te.-

-Io non so che tipo di vita avrò, quindi non voglio rischiare portandoti con me . Prova a capire…-

Ogni singhiozzo della ragazza era una pugnalata cruenta per Ibrahim. Ma cosa poteva fare?

Lui si alzò e si avvicinò al viso fradicio di lei, glielo prese tra le mani e le baciò la fronte.

-Ti chiedo solo di essere felice, Naima. Sii felice e se per esserlo dovrai scordarti di me, allora fallo. Prenditi cura di te stessa e non detestarmi, perché per quanto ti sembri assurdo, lo faccio per il tuo bene. Andrà tutto bene, in’sha’Allah.-

Naima soffocò un urlo di disperazione e si asciugò gli occhi, per guardare meglio Ibrahim mentre si allontanava a passo lento. Le punte dei suoi piedi sfioravano il suolo, ma con meno vigore e sicurezza di prima. La sua andatura, ora, ricordava una ballata triste, raccontata da un poeta disilluso. Lei continuò a seguire i suoi movimenti, finché la figura non divenne un piccolo puntino nero all’orizzonte. Si alzò stanca e spossata, con lo stomaco sottosopra e l’umore a terra. Decise di tornare a casa e mentre ripercorreva le viuzze del quartiere, realizzò di essersi inconsciamente arresa e rassegnata al fatto di averlo perso per sempre. Le sue prospettive future si confondevano tra desolazione e avvilimento. Una goccia le bagnò il dorso della mano e, poco dopo, ne seguirono altre. Non ci fu bisogno di attendere la notte per sentire l’odore della pioggia. Anche il cielo, quel giorno, piangeva lo struggimento di un amore costretto a morire giovane.

Leila aprì la porta alla sorella e non fece domande. Le bastò guardarla in volto e captare la sua espressione, per intuire cosa fosse successo. La abbracciò forte e tacque, incapace di alleggerire il peso del dolore. Quella sera Naima sembrava appartenere ad un’altra dimensione e non si unì alla famiglia nemmeno per mangiare. Pregò intensamente e poi si addormentò in balia delle sue emozioni.



I giorni seguenti trascorsero in fretta. Ad Ibrahim pareva di aver perso la cognizione del tempo, riusciva a ricordarsi la data solo grazie alla madre che faceva il conto alla rovescia.

-Sei sicuro di aver preso tutto?-

-Sì, mamma, non preoccuparti!-

Era l’ultima sera a casa e sua madre non faceva altro che viziarlo e coccolarlo. Gli preparò una busta, in cui infilò tutte le foto più significative e poi gliela porse:

-Così non ti dimenticherai delle nostre facce!-

Ibrahim quasi si commosse e la abbracciò forte, grato di averla accanto.

-Non dimenticherò nessuno, mamma, nessuno.-

Mangiarono insieme, ridendo e scherzando, per smorzare il clima dell’imminente partenza. Poi Ibrahim preparò del tè e salì al piano di sopra, per leggere un po’ e coricarsi. Anche la madre si ritirò in camera da letto, dove recitò qualche versetto del Corano prima di abbandonarsi al sonno.

Poche ore dopo la sveglia suonò, interrompendo i loro sogni. La donna si curò di far trovare la colazione pronta al figlio, che si vestì velocemente per raggiungerla. Trascinò le due valige lungo le scale e poi le appoggiò contro al muro fresco. Mangiò poco, perché una strana sensazione gli chiudeva la bocca dello stomaco. Qualcuno bussò.

-Forse è Jalal.- constatò lui, mentre si alzava per andare verso la porta. Aprì e si ritrovò di fronte il marito della sorella che lo salutò vigorosamente, accennando un sorriso.

-Entra pure. La mamma è dentro.-

Jalal superò la soglia e si fermò davanti al piccolo soggiorno.

-Come stai, Hajja?- chiese rivolgendosi alla madre di Ibrahim. Jalal la chiamava sempre “Hajja” , in segno di rispetto, e lei gradiva molto questo suo modo di fare.

-Al-hamdu-li-Lah, caro.-

-Mamma, noi andiamo.-

La donna si alzò lentamente e si avvicinò al figlio. Lo riempì di raccomandazioni ed istruzioni e gli fece promettere che l’avrebbe chiamata una volta arrivato. Poi gli augurò buon viaggio e si lasciò stringere dalle sue grosse braccia. Ibrahim non sapeva quando l’avrebbe rivista, ma sperava che accadesse presto.

La strada era vuota, salvo qualche taxi ai lati. Il cielo sembrava un’esplosione di acquerelli grigi e viola. Jalal pensò che suo cognato avrebbe visto l’alba in un altro continente e lo invidiò di un’invidia sana. Non parlarono molto lungo il tragitto. Una volta arrivati all’aeroporto, Ibrahim si accorse di avere i brividi, nonostante non facesse molto freddo. Uno strato di ansia gli ricoprì la pelle, ma proprio in quel momento Jalal gli regalò un abbraccio fraterno che lo salvò dalla paura.

-Che Dio ti aiuti, fratello. Aggiornaci non appena arrivi, Zakiya ci tiene molto. I bambini ti mandano i loro saluti e tu manda i nostri ad Alì.-

-Grazie, Jalal. Sarà fatto, in’sha’Allah.-

Ibrahim si inoltrò dentro la struttura aeroportuale, conscio di star dando una svolta definitiva alla sua vita. Una leggera brezza gli sfiorò il naso e lui inspirò forte il profumo di una Marrakech che non credeva di amare così tanto.




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