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  • bouhtouchf

-12:“La guerra finirà solo quando i padri ameranno i propri figli più di quanto odino i propri nemic

-12

“La guerra finirà solo quando i padri ameranno i propri figli più di quanto odino i propri nemici.”

(Proverbio arabo)



Il buio incartava gran parte della zona, rendendo il cielo un tutt’uno con la terra. Le stelle gareggiavano con le luci delle piccole finestre per illuminare la strada a Jawad, concentrato ad evitare i ciottoli e la ghiaia mentre raggiungeva casa. Conosceva il percorso a memoria, ma c’era sempre il rischio di scivolare. Spense la sigaretta e la ripose in tasca, perché non era riuscito a fumarla tutta, poi si inoltró tra le baracche malconce. Sentì la risata acuta e stonata di una donna provenire da poca distanza e si fermò. Sua zia Warda era solita invitare uomini a casa in cambio di denaro. Lo sapevano tutti nel quartiere, ma lui faticava ad accettarlo. Si allontanó, imboccando una via secondaria e più lunga, come se camminare vicino alla dimora di una prostituta che era sangue del suo sangue lo facesse sentire sporco. Accelerò il passo ed in pochi minuti sbucó di fronte alla porta della propria abitazione. Bussò e attese. Nessuna risposta. Tentò di nuovo, con più forza.

-Chi è?- urlò la voce impastata e sgarbata di un uomo.

-Jawad.- rispose.

Un rumore secco anticipó la comparsa del volto di suo padre da dietro la soglia.

-Che Dio ti maledica! Mi svegli sempre!-

Jawad non gli rispose, si limitò ad osservare le bottiglie di alcool vuote e sparpagliate in disordine sul vecchio tavolo di legno e sul tappeto logoro. Un sacchetto di plastica nera spiccava da sotto le coperte di suo padre ed il collo dell’ennesima bottiglia ne fuoriusciva con arroganza.

L’uomo barcolló vistosamente prima di lasciarsi cadere sul materasso sformato che usava per dormire. Bofonchió qualcosa di incomprensibile e poi crollò. Jawad si diresse nello sgabuzzino adibito a bagno. Si guardò nello specchio rotto, riscoprendo il proprio volto stanco ed accarezzato dalla luce soffusa, senza delicatezza. Si abbassó i pantaloni ed urinó centrando la turca scrostata. Si lavó mani e piedi e si sciacquó ripetutamente la bocca. L’acqua fredda aveva reso più insopportabile l’inverno di quella casa. Uscì e si tolse i vestiti. Si promise di lavarli l’indomani. Da una sacca verde estrasse un paio di pantaloni troppo larghi ed un golfino scuro, dentro cui sprofondó in cerca di calore. Si sdraió ed appoggió la testa sul cuscino misero che gli sfiorava la cicatrice. Quello era l’unico tocco di familiarità che confortasse Jawad, prima di vederlo risucchiato in un sonno pacificatore.


Le luci del giorno non erano sempre ben accolte. Rimettevano l’accento su tutto ciò che lui odiava. Il disordine pareva amplificato ed il sapore dell’intolleranza ricalcato. Aprì gli occhi lentamente e si alzò. Il freddo delle piastrelle pugnaló la pianta dei suoi piedi, spazzando via gli ultimi accenni di sonno. Si vestí in fretta e si ricordó di aver dimenticato la sigaretta lasciata a metà nella tasca dei pantaloni che voleva lavare. Si protese per raccoglierli, ma la voce di suo padre lo fece sobbalzare:

-Stai cercando soldi? Mascalzone! Quando te li chiedo io, dici sempre di non averne!-

L’uomo allungò il braccio e sferró un colpo contro l’esile corpo del figlio. Jawad fece un passo all’indietro e corse fuori, il più lontano che poté.


Se fosse stato abituato a piangere, probabilmente lo avrebbe fatto, ma era diventato assuefatto al dolore. Provava solo un intenso fastidio. Accese con un fiammifero quel che rimaneva della sigaretta ed inspiró con forza, desideroso di seppellire i brutti pensieri sotto alla nicotina. Quel giorno non si sarebbe presentato a scuola, non aveva più voglia di perdere tempo. Doveva cercarsi un lavoro. Decise che avrebbe fatto il giro dei negozi nella speranza di trovare qualcuno in cerca di personale.

Splendeva il sole e le temperature si erano alzate. Il cielo era limpido e le nuvole bianche come il latte fresco. La luce chiara faceva brillare gli occhi scuri di Jawad che si dilatarono di soddisfazione quando finalmente riuscì a convincere il proprietario di una drogheria ad assumerlo come aiutante. Avrebbe dovuto scaricare la merce e smistarla, oltre che badare al negozio in assenza del capo. Certo, non avrebbe guadagnato una fortuna, ma era comunque un buon inizio. Molti ragazzini come lui venivano assunti per lavori del genere, perché erano efficienti e costavano poco. Erano un vero affare.

Jawad poteva cominciare da subito. Il proprietario gli indicò le varie mansioni e lo incaricò di allineare diversi prodotti su uno scaffale. Jawad era sveglio, apprese in fretta e si diede da fare per non deludere l’uomo. Imparò a riconoscere marche e qualità, a fare economia di tempo e spazio. Inizialmente tornava a casa con le braccia dolenti per lo sforzo compiuto, ma gli bastò qualche giorno per metabolizzare i ritmi.

Karim andava a trovarlo dopo scuola, chiacchieravano e mangiavano biscotti o mandorle tostate o entrambi.

-Oggi Nadia ha fatto arrabbiare il professore e lui l’ha picchiata così forte che lei ha giurato che gliel’avrebbe fatta pagare.- gli disse Karim, mentre mordicchiava una mandorla più dura delle altre.

-Nadia fa sempre troppo casino. È brava solo a parlare. Com’è andata la partita?-

-Abbiamo perso. Ci servi tu, Jawad! Oggi ci hanno massacrati ed è finita con le botte.-

Jawad si arrabbió all’idea di quei teppisti che mal menavano i suoi amici. C’erano dei piccoli tornei di calcio tra quartieri e lui faceva di tutto per salvare la sua squadra, ma ora che aveva cominciato a lavorare, gli risultava difficile partecipare.

-Provate ad organizzarne una per l’ora di pranzo. Forse riesco a raggiungervi.-

Karim si illuminò:

-Ottima idea! Lo dirò agli altri!-

Jawad sorrise e offrì le ultime mandorle all’amico. Da dietro il bancone del negozio, scelse due merendine al cioccolato. Le aprirono e nonostante lo strato superiore fosse completamente sciolto a causa dell’esposizione al sole, le divorarono con piacere e continuarono a parlare ancora per una mezz’ora buona. Poi Karim dovette salutare l’amico e far ritorno a casa, dove una famiglia accogliente lo aspettava per la cena.



A volte Jawad si chiedeva come sarebbe stata la sua vita, se sua madre fosse rimasta con lui, ma scacciava via il pensiero immediatamente, per non permettere al profondo buco che aveva nel cuore di tornare a bruciargli.

Quando il capo si presentò in negozio per permettergli di andarsene, erano le sette passate. Gli diede il suo compenso giornaliero e lo congedó.

Jawad si accese una sigaretta e si incamminó, vittima del ricordo d’una madre fantasma, così assente nella sua quotidianità, ma perennemente presente nei suoi pensieri. Si ricordava vagamente i tratti dolci del suo viso e la voglia marrone sulla mano destra con cui impugnava il cucchiaio che finiva tra le sue labbra bambine. Poi nulla più, il vuoto. Sapeva solo che se n’era andata via, lasciandolo in balia delle urla e dei deliri del mostro con cui da giovanissima l’aveva concepito. Suo padre non parlava mai di lei e le due volte in cui l’aveva nominata, l’aveva definita “un’ingrata puttana”, ma Jawad aveva smesso di credere a suo padre, anche se in realtà non aveva mai cominciato. Certe sere lo osservava alla ricerca di un indizio che gli dimostrasse di condividere con lui qualcosa in più della sola genetica, ma non trovava niente. Guardarlo gli faceva capire esattamente cosa non sarebbe mai voluto diventare.



Karim era stanco. Durante la partita di calcio aveva corso parecchio e si era anche fatto male durante lo scontro con un ragazzo più grande. Arrivare a casa e farsi inondare le narici con il profumo del cibo lo consoló dolcemente. Saadya era seduta nel piccolo salotto interno e terminava degli esercizi di matematica. Quando lo vide, gli sorrise, ma lui comprese che era troppo concentrata in quel che faceva per conversare. Appoggió la cartella di tessuto e bació sulla fronte suo padre che stava seduto accanto a Saadya. Poi si diresse nell'angusta cucina, dove trovó sua madre e sua sorella Khadija alle prese con i fornelli.

-È finita la bomboletta del gas!- si lamentó la madre. Khadija si accorse di Karim e gli rivolse una domanda retorica che gli lasciò poche alternative:

-Eccoti! Potresti andare a casa di Lalla Aicha qui di fronte e chiederle se ha una bomboletta del gas in più?-

Karim infiló le ciabatte e corse fuori dalla porta, affamato e frettoloso. Bussò alla porta di Aicha e aspettò che qualcuno venisse ad aprire. Qualche secondo dopo, udì il rumore d’un lucchetto che veniva sganciato.

-Assalam-alaikom, signor Ghani. Abbiamo finito il gas, avreste una bomboletta in più?-

Ghani salutó il ragazzo e lo fece entrare, mentre lo conduceva nel seminterrato.

-Qualcuna dovremmo averla. Come stai?-

-Al-hamdu-li-Lah, bene, grazie.-

-E il tuo amico come sta? Non vi vedo insieme da un po’ di tempo. Non siete più tornati a mangiare al chiosco di Aicha.-

Karim abbozzó un sorriso imbarazzato, poi spiegò:

-Jawad ha cominciato a lavorare in drogheria e ha poco tempo.-

-Ah, capito! Comunque ecco a te una bomboletta carica. Riesci a portarla a casa o ti serve aiuto?-

-No, ci riesco da solo!- gli rispose Karim con una punta di orgoglio.

Superó la soglia e, a passo veloce, ritornó a casa propria. Khadija si preoccupó di mettere subito la cena sul fuoco, mentre la madre riscaldava il pane. Quando si riunirono a tavola, Saadya aveva finito i suoi compiti ed il padre aveva appena terminato la preghiera. Khadija distribuí le fette di pane e Karim non attese nessuno per cominciare a mangiare. Inzuppó il suo pezzo di pane nel piatto bollente e si scottó.

-Ti dico sempre di non avere fretta, Karim!- lo rimproveró sua sorella maggiore. Khadija aveva ventiquattro anni, ma il suo corpo tondo e morbido le conferiva un’aria più matura. Era stata lei a crescerlo, a cambiargli i pannolini, a fare in modo che i suoi vestiti consumati, troppo grandi o troppo piccoli, fossero sempre puliti. Era stata lei ad assisterlo durante la circoncisione ed a preparare i festeggiamenti che ne erano conseguiti. E sempre lei si era accorta della sua imponente statura. “Ma’sha’Allah”, diceva alla gente quando ne parlava. Aveva gli occhi verdi e profondi, come quelli dei felini selvatici, ed i fianchi larghi che aderivano alle lunghe vesti con cui usava coprirsi, per contenere le sue forme generose. Chiacchierare era la sua specialità e quando si recava al hammam della zona, era capace di intrattenersi per ore, presa dalle conversazioni che improvvisava con chiunque. Karim era molto legato a lei, più che a sua madre, che invece era sempre stata una donna riservata e di poche parole, dalla bellezza innegabile, ma congelata nella freddezza del silenzio.

-Se fossi già una dottoressa, potrei curarti tutte le volte che ti ustioni col cibo!- disse Saadya che sognava il camice e la carriera del chirurgo. Il padre rise e, con la tenerezza di un uomo che non era mai stanco della vita, le dedicó un augurio che Dio non gli avrebbe negato:

-In-sha-Allah, sarai la miglior dottoressa del Marocco!-

Saadya si emozionó e le due fossette ai lati delle labbra si riempirono di speranza e forza di volontà. Anche Karim le avrebbe augurato lo stesso, se non avesse avuto la bocca piena di patate e carote condite. Masticó vigorosamente e per un secondo pensó a Jawad, sentendosi incredibilmente fortunato. Si promise di invitare l’amico a cena, in uno dei giorni a seguire.





Un piccione continuava a sbattere contro la facciata del palazzo di fronte, tentando di superare una finestra chiusa con un vetro cosí pulito da farla sembrare aperta. Jawad rimase ipnotizzato dalla costanza dell’uccello che non si stancava di riprovarci. Non riusciva a capire se fosse incredibilmente tenace o incredibilmente stupido. Quel giorno si annoiava, perché i clienti scarseggiavano ed il sole aveva alzato le temperature, rendendo invitante l’idea di una passeggiata o di una partita di calcio con gli amici, ma lui era costretto a rimanere rinchiuso in quei pochi metri quadri ancora per qualche ora. Accese la radio marrone alla sua destra ed armeggiò con la piccola antenna per catturare il segnale di qualche canale interessante. Stava muovendo l’apparecchio da un paio di minuti, quando una voce penetrò l’aria:

-Ti serve una mano?-

Jawad si bloccò ed alzò il capo. Il largo sorriso di Ghani si scontrò con il suo sguardo confuso.

-Salam, Ghani.-

-Alaikom salam. Come stai?-

-Bene, grazie a Dio. Tu?-

-Benissimo, al-hamdu-li-Lah. Ti piace questo lavoro?- gli chiese con tono di sufficienza, mentre indicava con la mano il piccolo spazio straripante di merce.

-Sempre meglio di niente.-

-Cosa sai fare?-

-Io imparo qualsiasi cosa.-

Ghani si mostrò soddisfatto di quella risposta.

-Che ne dici di lavorare per me?-

Jawad non disse nulla, rimase in attesa delle parole di Ghani.

-Ho da poco riaperto l’officina di famiglia e mi serve aiuto. E’ tutta da riordinare e pulire. Poi avrò bisogno di qualcuno che la tenga d’occhio quando sarò assente e che sia disposto ad imparare il mestiere velocemente.-

-Quanto mi pagheresti?-

-Sicuramente più di quanto ti paga il tirchio per cui lavori ora.-

Jawad tacque, indeciso. Moriva dalla voglia di accettare, ma c’era qualcosa di strano in quell’uomo che l’aveva turbato fin dal primo giorno in cui l’aveva visto.

-Perché lo chiedi proprio a me?- gli domandò scettico.

-Perché so che ne hai bisogno e che sei uno in gamba.-

-Quando dovrei cominciare?-

-Anche da domani, se vuoi.-

-Dov’è l’officina?-

-Poco lontano da dove abito io. Vicino alla moschea che si trova dopo la casa di Karim.-

Jawad annuì, avendo compreso le indicazioni. Ghani gurdò l’orologio elettronico appoggiato sul banco di vetro unto e disse:

-Bene. Io devo andare. Ti aspetto domani.-

Poi si incamminò, volgendo le spalle a Jawad che non sapeva se essere felice per il nuovo lavoro o preoccupato.

Il resto della giornata si consumò senza particolari attività e Jawad ammazzava il tempo con il Sudoku. Se c’era una cosa che aveva apprezzato della scuola, era proprio la matematica. Intanto il sole picchiava sui sassi duri e sulle guance morbide di tutti quelli che riempivano Casablanca in quel pomeriggio dal gusto primaverile, attutendo il gelo della tristezza e della povertà. Le colombe riempivano i tetti delle case opache e le donne ridevano più forte e più spesso, trascinando i loro piccoli piedi graziati lungo le strade della vita ed accendendo il fuoco di uomini giovani e vecchi. Jawad guardava tutto quanto con gli occhi tagliati dalla malinconia e si accorse per l’ennesima volta di amare quell’angolo di Dio, tanto quanto lo odiava. Sospirò e chiuse le pagine del Sudoku, preparandosi a parlare col capo, che a passo sostenuto si accingeva a raggiungere la drogheria.









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